"Se in un bosco troviamo un tumulo, lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto qualcuno. Questa è architettura". Internamente a un tentativo di spazzolare la storia "contropelo", del fatidico tumulo loosiano all'origine di una visione possibile dell'architettura e della sua storia – a pensarci bene – forse abbiamo sempre sottolineato questioni secondarie. Si è sempre infatti messo a fuoco il tumulo – la sua forma, le sue dimensioni, il suo "ordine" –: largo e lungo qualche piede, solo e comunque antropomorficamente parlando. "Questa è architettura". Eppure, perlomeno due sono gli ulteriori aspetti rilevanti, più rilevanti – oltre un secolo dopo – di quel tumulo: ovvero, in primis, il fatto che siamo in un bosco; e, in seconda istanza, che di un tal certo recinto (o vero e proprio "tèmenos") non ve n’è traccia. A prendere sul serio Adolf Loos (il "serissimo"), quindi: "questa è architettura" – ovverosia nel bosco e senza recinti; un’architettura che è tale in quanto lavorìo di suolo; primariamente, cioè: progetto di suolo. Questa è forse architettura? Stando a Loos – seriamente –, "questa è architettura". La questione all'oggi sostanziale di tale narrazione ci pare possa essere quella legata ai suoi aspetti "oltremisura", che sono – nell’ordine – una presenza e una assenza: la presenza è quella del bosco; l'assenza è quella del recinto. Solo nel bosco e senza recinto – ovvero: senza distinzione alcuna tra "natura" e "cultura"; tra "architettonico" e "ambientale" –, in questa assenza di perimetri categoriali forti risiede l'architettura (solo e sempre, così è se vi pare, esacerbando Loos). Questo può dirsi allora il rinnovato "sacro" dell'architettura: non la distinzione e non la cesura netta, bensì la loro deposizione, ossia l'indistinzione "naturculturale". A partire da questa riflessione contro-mitica, il presente contributo vuole tentare di vagliare i perché e i come di un possibile futuro dello spazio sacro cimiteriale, anche chiamando a raduno una serie di casi progettuali recenti in cui l'architettura del cimitero va perlopiù sfumando e dileguandosi nel fitto del bosco, come sedotta e richiamata dal suono incantato del pifferaio di Hamelin – "il XXI secolo è un tempo di dissoluzione dei recinti...".

Non siamo mai stati (abbastanza) loosiani. Alcune note intorno a un possibile futuro dello spazio sacro cimiteriale / Antiga, T.. - STAMPA. - (2026), pp. 55-56. (Sacrum Loci. Architetture e paesaggi del sacro tra permanenza e mutamento / Architectures and Landscapes of the Sacred between Permanence and Change Bari 28-29 maggio 2026).

Non siamo mai stati (abbastanza) loosiani. Alcune note intorno a un possibile futuro dello spazio sacro cimiteriale

Tommaso Antiga
2026-01-01

Abstract

"Se in un bosco troviamo un tumulo, lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto qualcuno. Questa è architettura". Internamente a un tentativo di spazzolare la storia "contropelo", del fatidico tumulo loosiano all'origine di una visione possibile dell'architettura e della sua storia – a pensarci bene – forse abbiamo sempre sottolineato questioni secondarie. Si è sempre infatti messo a fuoco il tumulo – la sua forma, le sue dimensioni, il suo "ordine" –: largo e lungo qualche piede, solo e comunque antropomorficamente parlando. "Questa è architettura". Eppure, perlomeno due sono gli ulteriori aspetti rilevanti, più rilevanti – oltre un secolo dopo – di quel tumulo: ovvero, in primis, il fatto che siamo in un bosco; e, in seconda istanza, che di un tal certo recinto (o vero e proprio "tèmenos") non ve n’è traccia. A prendere sul serio Adolf Loos (il "serissimo"), quindi: "questa è architettura" – ovverosia nel bosco e senza recinti; un’architettura che è tale in quanto lavorìo di suolo; primariamente, cioè: progetto di suolo. Questa è forse architettura? Stando a Loos – seriamente –, "questa è architettura". La questione all'oggi sostanziale di tale narrazione ci pare possa essere quella legata ai suoi aspetti "oltremisura", che sono – nell’ordine – una presenza e una assenza: la presenza è quella del bosco; l'assenza è quella del recinto. Solo nel bosco e senza recinto – ovvero: senza distinzione alcuna tra "natura" e "cultura"; tra "architettonico" e "ambientale" –, in questa assenza di perimetri categoriali forti risiede l'architettura (solo e sempre, così è se vi pare, esacerbando Loos). Questo può dirsi allora il rinnovato "sacro" dell'architettura: non la distinzione e non la cesura netta, bensì la loro deposizione, ossia l'indistinzione "naturculturale". A partire da questa riflessione contro-mitica, il presente contributo vuole tentare di vagliare i perché e i come di un possibile futuro dello spazio sacro cimiteriale, anche chiamando a raduno una serie di casi progettuali recenti in cui l'architettura del cimitero va perlopiù sfumando e dileguandosi nel fitto del bosco, come sedotta e richiamata dal suono incantato del pifferaio di Hamelin – "il XXI secolo è un tempo di dissoluzione dei recinti...".
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11368/3137858
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