In occasione del decimo anniversario della morte di A.P. Čechov, Majakovskij scrive un breve articolo, nel quale espone con chiarezza il cambiamento che stava avvenendo in letteratura e che già era stato in qualche modo preannunciato due anni prima (1912) nello Schiaffo al gusto comune ("arricchire il dizionario nel suo insieme; odiare inesorabilmente la lingua sopravvissuta prima di loro; avvento della nuova /…/ parola autosufficiente"). Sia al momento della prima pubblicazione, sia nelle numerose successive edizioni, lo scritto fu accompagnato, con modalità diverse, da una nota redazionale di "non" condivisione, più o meno esplicita, delle opinioni di Majakovskij. In effetti, il problema che Majakovskij poneva non era di poco conto. A Čechov, come "banditore di verità", e alla letteratura, come "missione sociale", egli contrappone una letteratura che in primo luogo si occupa, tentando anche di risolverli, "problemi concernenti la parola". Del resto, lo stesso Čechov era alquanto infastidito dalla letteratura che offriva "ricette di vita" e nei racconti, nelle opere teatrali, nella pubblicistica e nella corrispondenza privata aveva più volte esternato tale fastidio. Insomma, le sue opere non miravano minimamente a essere "manifesto di giustizia e virtù". Anzi, il problema di un linguaggio che non fosse il ripetersi di "frasi fatte" fu un tema ricorrente nell'opera di Čechov (sin dalla prima stesura dell'Ivanov). La "grande stagione" della letteratura russa (Turgenev, Dostoevskij, Tolstoj) era definitivamente passata, ma un linguaggio diverso ancora non era stato trovato. I salvifici enunciati dei grandi personaggi della lette¬ratura del realismo storico (Dostoevskij, Turgenev, Tolstoj) erano formule linguistiche semanticamente vuote, prive di forza propulsiva. Significativa, a questo proposito, risulta perciò l'insistenza di Majakovskij sull'assunto che "la parola genera l'idea, non già l'idea la parola" e che le "verità" di Čechov "non sono desunte dalla vita, ma conclusioni imposte dalla logica della parola". Per Čechov il vuoto semantico insito nel "ruminare pensieri altrui" non consiste tanto negli inesistenti collegamenti tra "formule linguistiche" di una presunta vita e la realtà nel suo scorrere quotidiano, quanto piuttosto nel linguaggio "debole" dei suoi personaggi. I personaggi di Čechov potrebbero, in effetti, essere divisi tra chi possiede un linguaggio sicuro di sé e chi, invece, è alla ricerca di un linguaggio che possa manifestarsi con altettanta convinzione e sicurezza e che sia perlomeno equivalente a quello che, a fatica, tentava di superare. Secondo Majakovskij, Čechov aveva iniziato a porre alcune domande che, in seguito, sarebbero risultate determinanti nelle riflessioni sulle modalità della rappresentazione letteraria del XX secolo (anche se nes¬suno dei due poteva prevederne l'effettiva portata). In Čechov, da una bonaria iniziale ironia per i linguaggi "di verità" del realismo storico russo, prende man mano forma la debolezza del linguaggio dei suoi personaggi teatrali ("la sintassi scompigliata", dice Majakovskij), per giungere, infine, a un forte indebolimento della componente "semantica" a favore della nuda forma ("che rinnova la parola", dice sempre Majakovskij) e che in Čechov si realizza anche con strani Tram-tam-tam/ Tram-tam/ Tra-ra-ra?/ Tra-ta-ta, ma specialmente con lunghe pause e silenzi. Secondo Majakovskij, Čechov aveva capito che il rinnovamento della letteratura passava dalla realtà – che il segno dovrebbe semplicemente restituirci – al valore e all'autonomia del segno in sé.

I "Due Čechov" di Vladimir Majakovskij

VERC, IVAN
2013-01-01

Abstract

In occasione del decimo anniversario della morte di A.P. Čechov, Majakovskij scrive un breve articolo, nel quale espone con chiarezza il cambiamento che stava avvenendo in letteratura e che già era stato in qualche modo preannunciato due anni prima (1912) nello Schiaffo al gusto comune ("arricchire il dizionario nel suo insieme; odiare inesorabilmente la lingua sopravvissuta prima di loro; avvento della nuova /…/ parola autosufficiente"). Sia al momento della prima pubblicazione, sia nelle numerose successive edizioni, lo scritto fu accompagnato, con modalità diverse, da una nota redazionale di "non" condivisione, più o meno esplicita, delle opinioni di Majakovskij. In effetti, il problema che Majakovskij poneva non era di poco conto. A Čechov, come "banditore di verità", e alla letteratura, come "missione sociale", egli contrappone una letteratura che in primo luogo si occupa, tentando anche di risolverli, "problemi concernenti la parola". Del resto, lo stesso Čechov era alquanto infastidito dalla letteratura che offriva "ricette di vita" e nei racconti, nelle opere teatrali, nella pubblicistica e nella corrispondenza privata aveva più volte esternato tale fastidio. Insomma, le sue opere non miravano minimamente a essere "manifesto di giustizia e virtù". Anzi, il problema di un linguaggio che non fosse il ripetersi di "frasi fatte" fu un tema ricorrente nell'opera di Čechov (sin dalla prima stesura dell'Ivanov). La "grande stagione" della letteratura russa (Turgenev, Dostoevskij, Tolstoj) era definitivamente passata, ma un linguaggio diverso ancora non era stato trovato. I salvifici enunciati dei grandi personaggi della lette¬ratura del realismo storico (Dostoevskij, Turgenev, Tolstoj) erano formule linguistiche semanticamente vuote, prive di forza propulsiva. Significativa, a questo proposito, risulta perciò l'insistenza di Majakovskij sull'assunto che "la parola genera l'idea, non già l'idea la parola" e che le "verità" di Čechov "non sono desunte dalla vita, ma conclusioni imposte dalla logica della parola". Per Čechov il vuoto semantico insito nel "ruminare pensieri altrui" non consiste tanto negli inesistenti collegamenti tra "formule linguistiche" di una presunta vita e la realtà nel suo scorrere quotidiano, quanto piuttosto nel linguaggio "debole" dei suoi personaggi. I personaggi di Čechov potrebbero, in effetti, essere divisi tra chi possiede un linguaggio sicuro di sé e chi, invece, è alla ricerca di un linguaggio che possa manifestarsi con altettanta convinzione e sicurezza e che sia perlomeno equivalente a quello che, a fatica, tentava di superare. Secondo Majakovskij, Čechov aveva iniziato a porre alcune domande che, in seguito, sarebbero risultate determinanti nelle riflessioni sulle modalità della rappresentazione letteraria del XX secolo (anche se nes¬suno dei due poteva prevederne l'effettiva portata). In Čechov, da una bonaria iniziale ironia per i linguaggi "di verità" del realismo storico russo, prende man mano forma la debolezza del linguaggio dei suoi personaggi teatrali ("la sintassi scompigliata", dice Majakovskij), per giungere, infine, a un forte indebolimento della componente "semantica" a favore della nuda forma ("che rinnova la parola", dice sempre Majakovskij) e che in Čechov si realizza anche con strani Tram-tam-tam/ Tram-tam/ Tra-ra-ra?/ Tra-ta-ta, ma specialmente con lunghe pause e silenzi. Secondo Majakovskij, Čechov aveva capito che il rinnovamento della letteratura passava dalla realtà – che il segno dovrebbe semplicemente restituirci – al valore e all'autonomia del segno in sé.
9788866554271
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11368/2726688
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