Nella storia del teatro occidentale la traduzione non è sempre stata ritenuta necessaria. Nell’età classica, quanto i testi venivano rappresentati quasi esclusivamente presso il pubblico per il quale erano stati composti, la traduzione era scarsamente praticata. E così fu in larga parte anche nel corso dell’età medioevale, quando le sacre rappresentazioni difficilmente passavano da una nazione all’altra, essendo preferita la prassi della riscrittura per ogni nuovo allestimento. I primi passi nel campo della traduzione teatrale vengono compiuti durante l’età dell’Umanesimo, quando si iniziano a tradurre in volgare i testi greci e latini. Il problema della viene tuttavia affrontato in modo concreto a partire dal Seicento quando in Italia si iniziano a proporre i tragici francesi. Da allora inizia un lungo dibattito che ha sempre più evidenziato come tradurre per la scena sia una prassi del tutto diversa da quella che riguarda letteratura: una buona traduzione per il teatro risponde ad alcuni bisogni fondamentali quali la pronunciabilità del testo, la spiccata capacità comunicativa e soprattutto la presa d’atto che lo spazio scenico è tridimensionale e, in quanto tale, prevede l’uso di codici legati sia al testo e alla parola, sia al movimento e alla dimensione visiva. Infine una traduzione per la scena non è per sempre: da un lato i gusti e le aspettative del pubblico cambiano con il passare del tempo e con il variare dei luoghi; dall’altro il regista richiede ogni volta una traduzione ad hoc in quanto essa deve rispecchiare le coordinate interpretative che egli dà al testo messo in scena.

Traduttori, registi e interpreti: dal testo drammatico alla scena

QUAZZOLO, PAOLO
2016

Abstract

Nella storia del teatro occidentale la traduzione non è sempre stata ritenuta necessaria. Nell’età classica, quanto i testi venivano rappresentati quasi esclusivamente presso il pubblico per il quale erano stati composti, la traduzione era scarsamente praticata. E così fu in larga parte anche nel corso dell’età medioevale, quando le sacre rappresentazioni difficilmente passavano da una nazione all’altra, essendo preferita la prassi della riscrittura per ogni nuovo allestimento. I primi passi nel campo della traduzione teatrale vengono compiuti durante l’età dell’Umanesimo, quando si iniziano a tradurre in volgare i testi greci e latini. Il problema della viene tuttavia affrontato in modo concreto a partire dal Seicento quando in Italia si iniziano a proporre i tragici francesi. Da allora inizia un lungo dibattito che ha sempre più evidenziato come tradurre per la scena sia una prassi del tutto diversa da quella che riguarda letteratura: una buona traduzione per il teatro risponde ad alcuni bisogni fondamentali quali la pronunciabilità del testo, la spiccata capacità comunicativa e soprattutto la presa d’atto che lo spazio scenico è tridimensionale e, in quanto tale, prevede l’uso di codici legati sia al testo e alla parola, sia al movimento e alla dimensione visiva. Infine una traduzione per la scena non è per sempre: da un lato i gusti e le aspettative del pubblico cambiano con il passare del tempo e con il variare dei luoghi; dall’altro il regista richiede ogni volta una traduzione ad hoc in quanto essa deve rispecchiare le coordinate interpretative che egli dà al testo messo in scena.
978-88-8303-799-3
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