L’emergenza sanitaria legata al coronavirus ha mostrato fragilità e limiti del corpo fisico come del corpo sociale, ma anche delle loro rispettive dimore, la casa e la città. Le disuguaglianze sociali si sono manifestate anche come disuguaglianze spaziali. Anche per l’architettura si può porre la domanda sulla possibilità di maturare, da questa condizione emergenziale, una nuova o rinnovata coscienza collettiva. A causa della pandemia ci si trova separati – da filtri, barriere, distanziamento – ma interrelati, uniti dalla contingenza. Questa condizione evoca la metafora formulata dalla filosofa Hannah Arendt per descrivere il mondo comune come tavolo.Questa immagine è stata considerata, anche recentemente, illuminante per indagare il senso del pensare, progettare e costruire architetture come parte di quel mondo comune che mette in relazione e separa. Una metafora utile a definire il ruolo politico, sociale e culturale dell’architettura.Il ruolo di mediazione dell’architettura appare potenziato dalle realtà che la pandemia ha permesso di vedere con lucidità. Per riflettere su un’architettura attenta alla vulnerabilità di ognuno e a quella di tutti come collettività, rivelata dall’emergenza, può divenire un riferimento lo studio, affrontato finora quasi unicamente dalla cosiddetta progettazione supportiva, degli spazi domestici e urbani per “utenti con esigenze speciali”.che, indipendentemente dall’epidemia, ogni giorno vivono la consapevolezza dei limiti al performante, la socialità come bisogno non scontato e come conquista, l’ipersensibilità alle esigenze di sicurezza e confort, la necessità di spazi e tempi dilatati nel passaggio tra privato e pubblico.

Intorno alla stessa tavola. Per un’architettura al plurale

giuseppina scavuzzo
2022

Abstract

L’emergenza sanitaria legata al coronavirus ha mostrato fragilità e limiti del corpo fisico come del corpo sociale, ma anche delle loro rispettive dimore, la casa e la città. Le disuguaglianze sociali si sono manifestate anche come disuguaglianze spaziali. Anche per l’architettura si può porre la domanda sulla possibilità di maturare, da questa condizione emergenziale, una nuova o rinnovata coscienza collettiva. A causa della pandemia ci si trova separati – da filtri, barriere, distanziamento – ma interrelati, uniti dalla contingenza. Questa condizione evoca la metafora formulata dalla filosofa Hannah Arendt per descrivere il mondo comune come tavolo.Questa immagine è stata considerata, anche recentemente, illuminante per indagare il senso del pensare, progettare e costruire architetture come parte di quel mondo comune che mette in relazione e separa. Una metafora utile a definire il ruolo politico, sociale e culturale dell’architettura.Il ruolo di mediazione dell’architettura appare potenziato dalle realtà che la pandemia ha permesso di vedere con lucidità. Per riflettere su un’architettura attenta alla vulnerabilità di ognuno e a quella di tutti come collettività, rivelata dall’emergenza, può divenire un riferimento lo studio, affrontato finora quasi unicamente dalla cosiddetta progettazione supportiva, degli spazi domestici e urbani per “utenti con esigenze speciali”.che, indipendentemente dall’epidemia, ogni giorno vivono la consapevolezza dei limiti al performante, la socialità come bisogno non scontato e come conquista, l’ipersensibilità alle esigenze di sicurezza e confort, la necessità di spazi e tempi dilatati nel passaggio tra privato e pubblico.
978-88-6242-546-9
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