Alla fine della seconda guerra mondiale, Trieste divenne l’epicentro di una contesa politica, statale e ideologica di singolare intensità. La fine della brutale occupazione nazista, durante la quale la regione era stata semi-annessa al Terzo Reich, non portò la pace ma aprì un nuovo capitolo di feroci scontri e instabilità. Questo spazio geopolitico, già pomo della discordia fra gli opposti irredentismi e nazionalismi italiano e sloveno, divenne assai presto punto di frizione fra le superpotenze nella nascente Guerra fredda, fra Occidente e Oriente, mondo capitalista e liberaldemocratico (almeno nel suo privilegiato nucleo portante) e mondo comunista. Quest’ultimo fu tutt’altro che un blocco monolitico, al contrario di come a lungo lo si era immaginato dall’altra parte della cortina. Proprio nell’area altoadriatica, si consumò uno dei più aspri e significativi conflitti interni al comunismo internazionale del dopoguerra. A contrapporsi il Partito comunista italiano (PCI) di Palmiro Togliatti e il Partito comunista jugoslavo (KPJ) di Josip Broz Tito. Un confronto per l’egemonia politica e ideologica che fu molto più di una disputa sui confini. Fu infatti uno scontro tra due diverse e incompatibili “vie al socialismo”. Da un lato, la “democrazia progressiva” e la strategia di “unità nazionale” del PCI, pensate per il contesto di un’Italia inserita nella sfera di influenza occidentale. Dall’altro, il modello rivoluzionario del KPJ, forgiato nella vittoriosa guerra partigiana e finalizzato a un progetto di potenza per la nuova Jugoslavia comunista. Il saggio intende analizzare le dinamiche di tale conflitto, con un’attenzione particolare alle sue manifestazioni sul territorio. Innanzitutto la complicata vicenda del Partito comunista della Regione Giulia (Pcrg), nato come tentativo di sintesi e divenuto subito terreno di scontro fra Roma e Belgrado. Poi l’impatto devastante della risoluzione del Cominform del 1948, che trasformò il conflitto latente in uno scontro aperto. A tale proposito, la memoria della Resistenza verrà analizzata come caso emblematico di come e quanto il passato sia stato strumentalizzato nella spietata battaglia tra cominformisti e “titoisti”. A combattere in prima linea sul campo troveremo il “comandante Carlos”, cioè Vittorio Vidali: il vero protagonista di questa lunga stagione, destinata a lasciare un’eredità di divisioni profonde nella cultura politica del comunismo alla frontiera altoadriatica.

Tra nazionalismi e internazionalismo. Il movimento comunista a Trieste nel secondo dopoguerra (1945-1954) / Karlsen, Patrick. - STAMPA. - (2025), pp. 137-157.

Tra nazionalismi e internazionalismo. Il movimento comunista a Trieste nel secondo dopoguerra (1945-1954)

Patrick Karlsen
2025-01-01

Abstract

Alla fine della seconda guerra mondiale, Trieste divenne l’epicentro di una contesa politica, statale e ideologica di singolare intensità. La fine della brutale occupazione nazista, durante la quale la regione era stata semi-annessa al Terzo Reich, non portò la pace ma aprì un nuovo capitolo di feroci scontri e instabilità. Questo spazio geopolitico, già pomo della discordia fra gli opposti irredentismi e nazionalismi italiano e sloveno, divenne assai presto punto di frizione fra le superpotenze nella nascente Guerra fredda, fra Occidente e Oriente, mondo capitalista e liberaldemocratico (almeno nel suo privilegiato nucleo portante) e mondo comunista. Quest’ultimo fu tutt’altro che un blocco monolitico, al contrario di come a lungo lo si era immaginato dall’altra parte della cortina. Proprio nell’area altoadriatica, si consumò uno dei più aspri e significativi conflitti interni al comunismo internazionale del dopoguerra. A contrapporsi il Partito comunista italiano (PCI) di Palmiro Togliatti e il Partito comunista jugoslavo (KPJ) di Josip Broz Tito. Un confronto per l’egemonia politica e ideologica che fu molto più di una disputa sui confini. Fu infatti uno scontro tra due diverse e incompatibili “vie al socialismo”. Da un lato, la “democrazia progressiva” e la strategia di “unità nazionale” del PCI, pensate per il contesto di un’Italia inserita nella sfera di influenza occidentale. Dall’altro, il modello rivoluzionario del KPJ, forgiato nella vittoriosa guerra partigiana e finalizzato a un progetto di potenza per la nuova Jugoslavia comunista. Il saggio intende analizzare le dinamiche di tale conflitto, con un’attenzione particolare alle sue manifestazioni sul territorio. Innanzitutto la complicata vicenda del Partito comunista della Regione Giulia (Pcrg), nato come tentativo di sintesi e divenuto subito terreno di scontro fra Roma e Belgrado. Poi l’impatto devastante della risoluzione del Cominform del 1948, che trasformò il conflitto latente in uno scontro aperto. A tale proposito, la memoria della Resistenza verrà analizzata come caso emblematico di come e quanto il passato sia stato strumentalizzato nella spietata battaglia tra cominformisti e “titoisti”. A combattere in prima linea sul campo troveremo il “comandante Carlos”, cioè Vittorio Vidali: il vero protagonista di questa lunga stagione, destinata a lasciare un’eredità di divisioni profonde nella cultura politica del comunismo alla frontiera altoadriatica.
2025
9788898796427
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