Questa nota intende guardare alle esposizioni universali di Parigi secondo il punto di vista dell’Altro, cioè attraverso le fonti arabe. Saranno presi in considerazione resoconti di viaggio di alcune personalità egiziane, ma anche tunisine e siro-libanesi - che per motivi diversi si recano a visitare le Esposizioni parigine - e la seconda parte di uno dei primi romanzi arabi moderni, interamente ambientata all’esposizione di Parigi del 1900, realmente visitata dall'autore, Muhammad Muwaylihi. Tale prospettiva permette di esaminare non solo l’immagine che l’Occidente ha elaborato dell’Oriente (padiglioni arabi, Egitto, Tunisia, Algeria, ecc.), nelle sue differenti varianti (caffè, kermesse e danza del ventre), ma anche il modo in cui tale immagine è stata recepita dai diretti interessati, cioè dagli stessi arabi, e quindi di confrontarle fra loro. L'analisi mostra che i due sguardi risultano in buona parte coincidenti, sebbene con alcune sporadiche ma significative eccezioni, che si palesano proprio nella fantasmagoria espositiva, dove, paradossalmente, nel gioco di specchi tra messa in scena dell'Altro e percezione di Sé, appare con maggior chiarezza ai nostri visitatori arabi lo scarto tra rappresentazione e realtà: gli egiziani si sentono estranei al loro padiglione. Il carattere asimmetrico di questo confronto emerge, più in particolare, sul piano diacronico: se in un primo momento, infatti, la relazione con l’Altro sembra svilupparsi secondo modalità di “cultural contact”, ossia attraverso riformulazioni e interscambi reciproci, col tempo l’immagine che l’Occidente ha attribuito e attribuisce all’Altro, l’Oriente, fa inevitabilmente sentire il proprio peso, tanto da divenire la visione dominante. A questa rappresentazione faranno riferimento, nel corso del Novecento, gli arabi stessi quando procederanno a riformulare la loro moderna percezione di sé, nel difficile percorso di ricostruzione identitaria secondo i criteri dello Stato nazionale, piegandosi così alle leggi dell’acculturazione.

L'Universo a Parigi: gli arabi visitano le esposizioni universali (1855; 1889; 1900)

BALDAZZI, CRISTIANA
2015

Abstract

Questa nota intende guardare alle esposizioni universali di Parigi secondo il punto di vista dell’Altro, cioè attraverso le fonti arabe. Saranno presi in considerazione resoconti di viaggio di alcune personalità egiziane, ma anche tunisine e siro-libanesi - che per motivi diversi si recano a visitare le Esposizioni parigine - e la seconda parte di uno dei primi romanzi arabi moderni, interamente ambientata all’esposizione di Parigi del 1900, realmente visitata dall'autore, Muhammad Muwaylihi. Tale prospettiva permette di esaminare non solo l’immagine che l’Occidente ha elaborato dell’Oriente (padiglioni arabi, Egitto, Tunisia, Algeria, ecc.), nelle sue differenti varianti (caffè, kermesse e danza del ventre), ma anche il modo in cui tale immagine è stata recepita dai diretti interessati, cioè dagli stessi arabi, e quindi di confrontarle fra loro. L'analisi mostra che i due sguardi risultano in buona parte coincidenti, sebbene con alcune sporadiche ma significative eccezioni, che si palesano proprio nella fantasmagoria espositiva, dove, paradossalmente, nel gioco di specchi tra messa in scena dell'Altro e percezione di Sé, appare con maggior chiarezza ai nostri visitatori arabi lo scarto tra rappresentazione e realtà: gli egiziani si sentono estranei al loro padiglione. Il carattere asimmetrico di questo confronto emerge, più in particolare, sul piano diacronico: se in un primo momento, infatti, la relazione con l’Altro sembra svilupparsi secondo modalità di “cultural contact”, ossia attraverso riformulazioni e interscambi reciproci, col tempo l’immagine che l’Occidente ha attribuito e attribuisce all’Altro, l’Oriente, fa inevitabilmente sentire il proprio peso, tanto da divenire la visione dominante. A questa rappresentazione faranno riferimento, nel corso del Novecento, gli arabi stessi quando procederanno a riformulare la loro moderna percezione di sé, nel difficile percorso di ricostruzione identitaria secondo i criteri dello Stato nazionale, piegandosi così alle leggi dell’acculturazione.
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