Il tema centrale di questa tesi di dottorato è la ricostruzione della storia e delle memorie dei campi profughi per Displaced Persons (DPs) ebree allestiti in Italia tra il 1943, data a cui risale l’allestimento delle prime strutture di questo genere da parte degli alleati nel Sud Italia, e il 1951, anno dell’approvazione della Convenzione di Ginevra sullo Statuto dei Rifugiati. La tesi segue tre principali filoni d’indagine. In primo luogo si propone una mappatura inedita e dettagliata delle diverse tipologie di strutture che ospitarono profughi ebrei: campi profughi internazionali (UNRRA e poi IRO), kibbutz (pl. kibbutzim), hachshara (pl. hachsharot), case stabili per bambini, colonie estive e diurne, ex campi di internamento, transito o concentramento riaperti dal governo italiano come “centri raccolta profughi”. In secondo luogo, sono stati analizzati i rapporti tra i profughi stranieri e la società italiana, ovvero quelli tra alcuni enti e le autorità locali, nonché tra la popolazione locale e le Jewish DPs. In particolare, è stata focalizzata l'attenzione sulle agitazioni all’ interno dei campi profughi, così come su manifestazioni e conflittualità cui la polizia italiana dovette spesso far fronte. Un approfondimento specifico è stato dedicato ai rapporti tra le ricostituite comunità ebraiche italiane e gli stranieri in transito. In particolare è stato approfondito il ruolo degli esponenti di alcune comunità ebraiche italiane –di Milano, Firenze, Torino e Modena- che si dedicarono all’ assistenza dei profughi. L’ultima parte della tesi, che apporta importanti novità per lo studio del displacement ebraico in Italia, si è focalizzata sulle memorie di queste vicende: quelle degli stessi profughi, quelle delle comunità nelle quali si trovavano i campi, esplorate soprattutto attraverso la stampa locale, e, più in generale, della società italiana. Dalla prima metà degli anni ’90, dopo oltre cinquant’anni di oblio su queste vicende, le memorie dei profughi stranieri transitati nel dopoguerra hanno cominciato a mobilitare gruppi ed associazioni, portatori di memorie locali. Come noto, la fine del “secolo delle ideologie” ha creato nuovo spazio pubblico, politico e culturale, nel quale, da un lato, è stato possibile raccontare in modo rinnovato i legami storici e politici tra Italia e Israele, dall’altro, si è generata una pervasiva presenza della memoria nello spazio pubblico. Anche per questa ragione, a partire dalle memorie personali sono riaffiorate memorie collettive e si è avviato un processo di riscoperta pubblica degli edifici in cui furono allestiti i campi profughi come “luoghi di memorie”, per esempio a Santa Maria al Bagno (LE), a La Spezia, a Cremona, a Selvino e a Grugliasco. L’atteggiamento delle istituzioni locali e pubbliche, suffragati anche dalle memorie stesse degli ex profughi, che serbano generalmente buoni ricordi della loro permanenza in Italia, ha teso fino ad ora a valorizzare un’immagine pubblica estremamente positiva dell’Italia e del comportamento degli italiani davanti agli ebrei stranieri, correndo il rischio di semplificare e talora banalizzare eventi complessi, avvenuti in anni cruciali della storia italiana. Tenendo fortemente in considerazione la genesi di quello che è stato definito il “mito del bravo italiano” - che continua tuttora a condizionare la memoria del fascismo e della Shoah in Italia - si cercherà di problematizzare questo profluvio di memorie, anche alla luce dei diversi meccanismi di “memoria selettiva” riscontrabili nelle interviste degli ex profughi.

I campi profughi per Jewish Displaced Persons in Italia tra storia, ricostruzione e memoria (1943-1951).

DI PADOVA, FEDERICA
2019-10-14

Abstract

Il tema centrale di questa tesi di dottorato è la ricostruzione della storia e delle memorie dei campi profughi per Displaced Persons (DPs) ebree allestiti in Italia tra il 1943, data a cui risale l’allestimento delle prime strutture di questo genere da parte degli alleati nel Sud Italia, e il 1951, anno dell’approvazione della Convenzione di Ginevra sullo Statuto dei Rifugiati. La tesi segue tre principali filoni d’indagine. In primo luogo si propone una mappatura inedita e dettagliata delle diverse tipologie di strutture che ospitarono profughi ebrei: campi profughi internazionali (UNRRA e poi IRO), kibbutz (pl. kibbutzim), hachshara (pl. hachsharot), case stabili per bambini, colonie estive e diurne, ex campi di internamento, transito o concentramento riaperti dal governo italiano come “centri raccolta profughi”. In secondo luogo, sono stati analizzati i rapporti tra i profughi stranieri e la società italiana, ovvero quelli tra alcuni enti e le autorità locali, nonché tra la popolazione locale e le Jewish DPs. In particolare, è stata focalizzata l'attenzione sulle agitazioni all’ interno dei campi profughi, così come su manifestazioni e conflittualità cui la polizia italiana dovette spesso far fronte. Un approfondimento specifico è stato dedicato ai rapporti tra le ricostituite comunità ebraiche italiane e gli stranieri in transito. In particolare è stato approfondito il ruolo degli esponenti di alcune comunità ebraiche italiane –di Milano, Firenze, Torino e Modena- che si dedicarono all’ assistenza dei profughi. L’ultima parte della tesi, che apporta importanti novità per lo studio del displacement ebraico in Italia, si è focalizzata sulle memorie di queste vicende: quelle degli stessi profughi, quelle delle comunità nelle quali si trovavano i campi, esplorate soprattutto attraverso la stampa locale, e, più in generale, della società italiana. Dalla prima metà degli anni ’90, dopo oltre cinquant’anni di oblio su queste vicende, le memorie dei profughi stranieri transitati nel dopoguerra hanno cominciato a mobilitare gruppi ed associazioni, portatori di memorie locali. Come noto, la fine del “secolo delle ideologie” ha creato nuovo spazio pubblico, politico e culturale, nel quale, da un lato, è stato possibile raccontare in modo rinnovato i legami storici e politici tra Italia e Israele, dall’altro, si è generata una pervasiva presenza della memoria nello spazio pubblico. Anche per questa ragione, a partire dalle memorie personali sono riaffiorate memorie collettive e si è avviato un processo di riscoperta pubblica degli edifici in cui furono allestiti i campi profughi come “luoghi di memorie”, per esempio a Santa Maria al Bagno (LE), a La Spezia, a Cremona, a Selvino e a Grugliasco. L’atteggiamento delle istituzioni locali e pubbliche, suffragati anche dalle memorie stesse degli ex profughi, che serbano generalmente buoni ricordi della loro permanenza in Italia, ha teso fino ad ora a valorizzare un’immagine pubblica estremamente positiva dell’Italia e del comportamento degli italiani davanti agli ebrei stranieri, correndo il rischio di semplificare e talora banalizzare eventi complessi, avvenuti in anni cruciali della storia italiana. Tenendo fortemente in considerazione la genesi di quello che è stato definito il “mito del bravo italiano” - che continua tuttora a condizionare la memoria del fascismo e della Shoah in Italia - si cercherà di problematizzare questo profluvio di memorie, anche alla luce dei diversi meccanismi di “memoria selettiva” riscontrabili nelle interviste degli ex profughi.
CATALAN, TULLIA
31
2017/2018
Settore M-STO/04 - Storia Contemporanea
Università degli Studi di Trieste
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11368/2951681
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