Subtraction in architecture, as a deliberate design act, seems to be a paradox as a seemingly antinomian approach to the very nature of design and construction, entities conceived, by convention, as exclusively additive and proliferative. In more general terms, subtraction in architecture is the outcome of partial or total removal of the built object, resulting from uncontrolled exogenous (natural disasters) or deliberate (wars, terrorism) events, from targeted endogenous actions (selective demolitions, partial or substantial modifications of the existing) or as a consequence of processes of obsolescence and abandonment (ruin). Thus, the use of a design/aesthetic device such as subtraction - whether this is as an actual concrete de-constructive act or as an aesthetic-formal elaboration of simulated subtraction - is thus situated within a certain cultural milieu of transversal register - from the most popular to the academic - that identifies in the forms of disaster, ruin or abandonment a kind of effective narrative of a certain contemporary millenarian spirit. In the design field, this approach manifests itself as much in the "negative" manipulation elaborated on the existing as in the ex-novo production of buildings in which subtraction is presented as a seemingly random element of discontinuity from the monolithic neo-modernist rigor. Both approaches seem to draw from the independent variables - even the most extreme ones, that modify any architectural work in its life cycle (the inexorable degradation and all that is beyond the control of the project or, in essence, Tschumian "events") - some proactive tools that can provide new or renewed design paradigms, while at the urban scale, subtraction now emerges as a necessary 'cure' especially where the excess of decaying, abandoned or underutilized built material lends itself to be designed 'by reverse,' that is, to become a material resource again in the recycling circuit and to offer the fields for the proliferation of natural areas, increasingly needed in an era of environmental crisis.

La sottrazione in architettura, come deliberato atto progettuale, sembra porsi come un paradosso in quanto approccio apparentemente antinomico alla stessa natura del progetto e della costruzione, entità concepite, per convenzione, come esclusivamente additive e proliferative. In termini più generali, la sottrazione in architettura è l’esito di una rimozione parziale o totale dell’oggetto costruito, derivante da eventi esogeni incontrollati (disastri naturali) o deliberati (guerre, terrorismo), da azioni endogene mirate (demolizioni selettive, modifiche parziali o consistenti dell’esistente) o come conseguenza di processi di obsolescenza e abbandono (rovina). L’utilizzo dunque di un dispositivo progettuale/estetico come la sottrazione – sia questo come effettivo atto concreto de-costruttivo, sia come elaborazione estetico-formale di sottrazione simulata – si situa dunque entro un determinato milieu culturale di registro trasversale – dal più popolare all’accademico – che individua nelle forme del disastro, della rovina o dell’abbandono una sorta di narrazione efficace di un certo spirito millenarista contemporaneo. Nel campo progettuale questo approccio si manifesta tanto nella manipolazione “in negativo” elaborata sull’esistente, quanto nella produzione ex-novo di edifici in cui la sottrazione si presenta come elemento, apparentemente casuale, di discontinuità del rigore monolitico neomodernista. Entrambi gli approcci sembrano trarre dalle variabili indipendenti, anche le più estreme, che modificano ogni opera architettonica nel suo ciclo vitale (l’inesorabile degrado e tutto ciò che esula dal controllo del progetto o, in sostanza, gli “eventi” tschumiani) degli strumenti proattivi in grado di fornire nuovi o rinnovati paradigmi progettuali, mentre a scala urbana, la sottrazione si pone oggi come ‘cura’ necessaria soprattutto dove l’eccesso di materiale costruito in decomposizione, abbandonato o sottoutilizzato si presta a essere progettato ‘in negativo’, ovvero a ritornare a essere risorsa materiale nel circuito del riciclo e offrire i campi di proliferazione di ambiti di naturalità sempre più necessari in un’era di crisi ambientale.

De-Sign: Architectural Subtraction in Times of Crisis

CROCE, GIANLUCA
2022

Abstract

La sottrazione in architettura, come deliberato atto progettuale, sembra porsi come un paradosso in quanto approccio apparentemente antinomico alla stessa natura del progetto e della costruzione, entità concepite, per convenzione, come esclusivamente additive e proliferative. In termini più generali, la sottrazione in architettura è l’esito di una rimozione parziale o totale dell’oggetto costruito, derivante da eventi esogeni incontrollati (disastri naturali) o deliberati (guerre, terrorismo), da azioni endogene mirate (demolizioni selettive, modifiche parziali o consistenti dell’esistente) o come conseguenza di processi di obsolescenza e abbandono (rovina). L’utilizzo dunque di un dispositivo progettuale/estetico come la sottrazione – sia questo come effettivo atto concreto de-costruttivo, sia come elaborazione estetico-formale di sottrazione simulata – si situa dunque entro un determinato milieu culturale di registro trasversale – dal più popolare all’accademico – che individua nelle forme del disastro, della rovina o dell’abbandono una sorta di narrazione efficace di un certo spirito millenarista contemporaneo. Nel campo progettuale questo approccio si manifesta tanto nella manipolazione “in negativo” elaborata sull’esistente, quanto nella produzione ex-novo di edifici in cui la sottrazione si presenta come elemento, apparentemente casuale, di discontinuità del rigore monolitico neomodernista. Entrambi gli approcci sembrano trarre dalle variabili indipendenti, anche le più estreme, che modificano ogni opera architettonica nel suo ciclo vitale (l’inesorabile degrado e tutto ciò che esula dal controllo del progetto o, in sostanza, gli “eventi” tschumiani) degli strumenti proattivi in grado di fornire nuovi o rinnovati paradigmi progettuali, mentre a scala urbana, la sottrazione si pone oggi come ‘cura’ necessaria soprattutto dove l’eccesso di materiale costruito in decomposizione, abbandonato o sottoutilizzato si presta a essere progettato ‘in negativo’, ovvero a ritornare a essere risorsa materiale nel circuito del riciclo e offrire i campi di proliferazione di ambiti di naturalità sempre più necessari in un’era di crisi ambientale.
34
2020/2021
Settore ICAR/14 - Composizione Architettonica e Urbana
Università degli Studi di Trieste
File in questo prodotto:
File Dimensione Formato  
G.pdf

embargo fino al 28/10/2023

Descrizione: G. Croce De-Sign
Tipologia: Tesi di dottorato
Dimensione 5.73 MB
Formato Adobe PDF
5.73 MB Adobe PDF   Visualizza/Apri   Richiedi una copia

I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.

Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11368/3033162
Citazioni
  • ???jsp.display-item.citation.pmc??? ND
  • Scopus ND
  • ???jsp.display-item.citation.isi??? ND
social impact